Il sistema scolastico inglese: un modello educativo fallito?

La testimonianza di uno studente italiano in Inghilterra.

Da qualche tempo si discute attivamente riguardo la necessità di introdurre un nuovo modello di educazione nelle scuole elementari e medie, per contrastare l’omofobia e la discriminazione verso gli omosessuali e transessuali. Purtroppo però i sostenitori della teoria Gender non si prendono la briga di guardare a chi questo sistema lo ha già applicato, come ad esempio il Regno Unito, in particolare l’Inghilterra. Da Settembre ho iniziato un anno di studi all’estero, e ho avuto la fortuna di uscire dal giro di scuole convenzionate ed entrare in un istituto normale. Si nota subito, fin dal primo giorno, che è in atto un tentativo di far credere a ragazzi e bambini che l’omosessualità sia normalissima, che sia molto diffusa e che una coppia omosessuale non sia assolutamente diversa da una eterosessuale. Questo indottrinamento inizia non appena i bambini entrano alle medie, a 11 anni, dove le lezioni sono tenute in aule completamente tappezzate di poster a favore dell’omosessualità, liste di persone famose gay, foto e articoli. Quando si arriva alle superiori si iniziano a seguire le assemblee, obbligatorie, per venti minuti a settimana, organizzate dai professori. Di per se l’idea di un momento in cui il preside e tutti gli insegnanti possono parlare ai ragazzi non sembra male, ma purtroppo in un modo o nell’altro si arriva sempre a parlare di omosessualità, l’ultima volta ci sono arrivati partendo da un discorso sulla Shoah. Ovviamente gli studenti non possono intervenire liberamente, ma devono essere stati invitati dal preside, che controlla preventivamente quello che diranno, creando un “regime” che mira a dare l’impressione che tutto il sistema sia assolutamente necessario. Solo che non lo è per nulla. Nella scuola quasi metà degli studenti potrebbero essere discriminati, per varie ragioni: molti sono stranieri, un buon numero hanno problemi mentali, altri di obesità o depressione, ma la scuola non attiva nulla per loro, mentre fin da inizio anno pubblicizza nella newsletter l’Alleanza dei Gay e Etero della Cherwell, un gruppo che conta meno di dieci persone, su quasi cinquecento studenti. Insomma, l’omo-transessualità è presentata come il futuro dell’umanità, quasi come uno stato di evoluzione del genere umano, e un po’ come succede in Francia, dissentire vuol dire essere tacciato di omofobia e discriminazione. Non che non ci siano studenti che capiscono che c’è qualcosa che non va, ma anche se volessero ribellarsi non potrebbero farlo: una reazione forte vuol dire una nota sul curriculum, che per un tema come questo può voler dire che l’università dei tuoi sogni non ti accetterà. D’altro canto, fare le cose in grande sarebbe l’unico modo per ottenere un po’ di attenzione, perché quando si prova, con tutta la gentilezza e l’educazione, a capire come possano pensare questi professori e studenti che togliendo un padre o una madre a un bambino non gli si faccia un danno e che lui possa crescere benissimo senza, semplicemente rispondono con uno sguardo sprezzante, di superiorità, come a dire “che ti rispondo a fare, sei troppo retrogrado”. Finisce che dal proposito di non discriminare nessuno si arriva a discriminare chiunque non creda nel Gender, nuova religione per questi Paesi avanzati. Se questo è il futuro, meglio rimanere retrogradi.

Alberto Santino
Studente italiano in Inghilterra

 

 

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